Piersanti Mattarella

“Nella capacità di identificare uno sviluppo e di proporre scelte coerenti di carattere produttivo che garantiscano una crescita economica, sociale e civile dell’Isola, c’è anche la risposta essenziale all’eliminazione delle ragioni di fondo del prosperare della mafia nella nostra Regione.”

E’ il 20 Novembre1979.
Così si esprime davanti all’Assemblea Regionale il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.
A meno di due mesi dall’attentato nel quale sarebbe rimasto ucciso, e all’indomani dei gravissimi assassini del giudice Terranova e del marescialloMancuso, Mattarella riporta il dibattito sulla mafia nelle sedi istituzionali.
Per affermare che occorreva andare oltre

“alla identificazione dei momenti repressivi, di lotta da parte degli organi istituzionali a ciò preposti: le forze dell’ordine e la magistratura.”

Per ribadire con forza che il problema mafioso non era solo un problema diordine pubblico, ma un problema squisitamente politico, che pertanto necessitava di risposte politiche.
Per sostenere che la mafia la si combatteva in primo luogo nelle sedi istituzionali, con gli strumenti propri della politica.

Nato a Castellammare del Golfo nel 1935, Mattarella si forma nella gioventù dell’Azione Cattolica, e ne ricoprì importanti incarichi diocesani, regionali e nazionali.
Consigliere comunale di Palermo dal 1964 al 1967, diviene componente della direzione regionale, del Consiglio nazionale e della direzione centrale dellaDemocrazia Cristiana.
Dal 1967 al 1978 è deputato nell’Assemblea della Regione Sicilia, eletto per la DC nel collegio di Palermo.
Come deputato regionale lavora nella Commissione per il bilancio, per la riforma burocratica e per la riforma urbanistica, divenendo poi Assessore alla Presidenza con delega al bilancio.
Nel 1978 assumse la carica più alta, quella di Presidente della Regione Sicilia.
Fino a quando non venne assassinato.
E’il 6 Gennaio 1980.
Epifania di 33 anni fa.

Destino beffardo, il Presisente della Regione perde la vita in una strada che porta il nome di Libertà, e che è da sempre considerata il salotto buono diPalermo.
Sono quasi le 13:00, Mattarella esce da casa con moglie e figli per andare amessa. La famiglia sale a bordo della Fiat 132. Non c’è scorta: il Presidente larifiuta nei giorni festivi, vuole che anche gli agenti stiano con le loro famiglie.
Si è appena seduto alla guida della vettura, quando si avvicina il killer che spara uno, due, tre colpi. Poi fugge, mentre Irma Chiazzese, la moglie, gli prende la testa tra le mani, piange, lo scuote.
Spira mezzo’ora dopo in ospedale.
Accanto a lui il fratello Sergio, accorso per strada appena sentite le detonazioni.

Grande realista ed accuratamente attento a tutte le dinamiche che lo circondavano, già negli ultimi mesi del 1979 Mattarella si era reso pienamente e drammaticamente conto che la propria sorte, la propria vita, erano strettamente intrecciate all’evoluzione dei rapporti di forza tra politica e mafiae al peso che all’interno del suo partito avevano quegli uomini che – secondo lui – “non facevano onore al partito stesso” e che “bisognava eliminare per farepulizia”

Per questo motivo vola a Roma, per un colloquio con l’allora Ministro degli Interni Rognoni; ma da quella conversazione egli torna più turbato che rasserenato, come se il suo interlocutore non avesse capito o non avesse la possibilità di intervenire.
Il giorno dopo, al suo capo di gabinetto, la dottoressa Trizzino, confiderà:

“Le sto dicendo una cosa che non dirò né a mia moglie né a mio fratello. Questa mattina sono stato con il Ministro Rognoni ed ho avuto con lui uncolloquio riservato su problemi siciliani. Se dovesse succedere qualche cosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il MinistroRognoni, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere”.

Ma quali rivelazioni esplosive Mattarella aveva fatto a Rognoni?
Perché Mattarella riteneva lucidamente, come i fatti poi dimostrarono, che quelcolloquio poteva costargli la vita?
Questo né la testimonianza vaga e lacunosa di Rognoni, né l’inchiesta giudiziarialo hanno mai chiarito fino in fondo.
Una cosa è certa.
Indicato all’interno della DC come possibile, futuro segretario politico nazionale del partito, Mattarella aveva più volte manifestato la propria insofferenza per le infiltrazioni mafiose all’interno della DC siciliana.

In un’aula gremita alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979, dopo l’intervento dell’onorevole Pio La Torre, che denunciava l’Assessorato dell’agricoltura, designandolo come centro della corruzione regionale e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale, quando tutti si aspettavano una sua dura presa di posizione contro il politico comunista e in difesa del proprio assessore, ilPresidente stupisce tutti, parlando dell’importanza della legalità e dellacorrettezza all’interno delle Istituzioni.

Ma la sua lotta alle collusioni politico-criminali non si limita ad una pura esibizione di retorica antimafiosa. No, Mattarella va ben oltre: continua adenunciare le irregolarità che poteva constatare e fare pulizia all’interno del partito e nel Consiglio regionale.

Aveva incarnato, per un attimo e con gesti che dovrebbero essere normali e doverosi da parte di un rappresentante delle Istituzioni, il sogno di quei Siciliani che pretendevano di vivere in una terra migliore ed incontaminata e credo che avrebbe potuto benissimo rappresentare la bandiera portata in alto da quei tantigiovani armati di coraggio e speranza che oggi resistono a questo sistema corrotto al grido di “fuori la mafia dallo Stato!”.

Un grido che ci ricorderà per sempre la sua instancabile voglia di spendersi per una Sicilia migliore.

Era un uomo speciale, Piersanti Mattarella.
Un punto di riferimento della parte sana della società civile e di quell’esiguaminoranza politica che aveva a cuore gli interessi del proprio popolo.
Un elemento raro da trovare.
Gli uomini politici del suo calibro, quelli che combattono a testa alta contro lasopraffazione, la corruzione e le infiltrazioni criminali, a costo anche della propria vita, sono oggi in via d’estinzione.
E forse non ne nascono più.

E per questo, per la sua moralità, per la sua incorruttibilità, per i suoi principi e la sua trasparenza, fu lasciato, ancora una volta, inesorabilmente e vigliaccamente solo da chi avrebbe potuto e dovuto stargli accanto.
Dirà l’ex Procuratore Antimafia Pietro Grasso:

“Io che ho iniziato a indagare su questo omicidio come giovane sostituto procuratore a Palermo, ho avuto subito l’intuizione, che però non si è mai potuta dimostrare, che quello di cui è stato vittima Mattarella è stato undelitto politico-mafioso, non solo mafioso e non solo politico. E questo l’abbiamo sempre detto, le indagini lo hanno fatto intuire. Nemmeno all’interno di Cosa nostra si riescono ad avere notizie su questi fatti eccezionali per un’organizzazione criminale che spesso è stato braccio armato di altri poteri. È questo il contesto in cui va indagato questo omicidio che ha fermato un cambiamento e uno sviluppo. Ci dobbiamo chiedere in tutti questi anni cosa è stato fatto per avviare quel cambiamento e quello sviluppo. Ma questo è un altro discorso”.

Ancora una volta, un omicidio che per la sua particolarità e la sua complessità è rimasto senza piena luce.
Un solo dato di fatto.
Con Mattarella la Sicilia ha perso l’ennesima, grande speranza di cambiamento.

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